A PROPOSITO DEI PROBLEMI DEL PERIODO DI
TRANSIZIONE DAL CAPITALISMO AL SOCIALISMO
E DELLA DITTATURA DEL PROLETARIATO

Discorso ai quadri del settore
di lavoro ideologico del partito
25 maggio 1967

 In questi ultimi tempi, nel corso dello studio dei documenti della Conferenza del partito, posizioni diverse si sono presentate sui problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato fra certi studiosi e quadri incaricati del lavoro ideologico. Soprattutto dopo l’uscita di un articolo concernente questi problemi le posizioni si sono ancora moltiplicate. Anch’io ho presentato una concisa conclusione dopo aver studiato i materiali relativi a questi problemi e scambiato dei pareri con alcuni studiosi. Purtroppo i compagni che l’hanno ascoltata l’hanno riferita interpretandola ciascuno a suo modo. Ne è risultata una deformazione in parecchi punti. Dal momento che le questioni in discussione sono assai importanti, legate ai documenti della Conferenza del partito, non le si può assolutamente trascurare. È per questo che voglio parlarne oggi in modo un po’ più dettagliato.
 Come tutti gli altri problemi scientifici e teorici, i problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato dovrebbero essere risolti sempre a partire dalle idee del Juché del nostro partito. Non bisogna mai cercare di risolverli dogmaticamente, aggrappandosi alle idee dei classici. Non bisogna neppure cercare di interpretarli al modo di altri, facendosi trascinare da idee di servilismo nei confronti delle grandi potenze. Come emerge tanto dall’esame delle relazioni di numerosi studiosi quanto dalla lettura delle comunicazioni di certi compagni, quasi tutti i compagni interpretano in modo dogmatico le tesi dei classici, oppure cercano di interpretarle secondo il pensiero di gente di altri paesi, scivolando in deviazioni servili. In ultima analisi essi formulano i problemi in un senso completamente diverso dal modo di pensare del nostro partito. Procedendo così non si riuscirà mai a studiare e a risolvere correttamente i problemi. Non si riuscirà ad arrivare a una giusta conclusione a meno che non si risolvano i problemi usando la propria testa, senza servilismo e senza dogmatismo.
 Prendiamo innanzi tutto il problema del periodo di transizione.
 Per chiarire correttamente il problema del periodo di transizione è necessario esaminare preliminarmente in quali circostanze storiche e a partire da quali premesse i classici, Marx in particolare, hanno posto il problema.
 Secondo noi, innanzitutto, quando Marx diede la definizione del socialismo e formulò il problema del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo oppure del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, aveva certamente in mente un paese capitalistico sviluppato. Credo che bisogna innanzitutto comprendere chiaramente questo fatto per poter risolvere correttamente il problema del periodo di transizione.
 Come si presenta allora il paese capitalistico sviluppato in questione? È un paese capitalistico dove esiste l’operaio agricolo a fianco dell’operaio industriale, mentre nelle campagne non ci sono più contadini indipendenti, dato che la campagna, così come la città, ha subìto una trasformazione capitalistica completa e i rapporti capitalistici dominano in tutta la società. Il paese capitalistico sviluppato cui pensava Marx nello sviluppo della sua dottrina era un paese capitalistico di questo tipo, precisamente un paese come la Gran Bretagna, che egli aveva sempre sotto gli occhi e dove viveva e lavorava politicamente. Proprio per questo, impostando il problema del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, Marx ha posto innanzitutto come premessa la condizione della mancanza di differenze di classe fra la classe operaia e i contadini.
 Se ora esaminiamo i paesi capitalistici più sviluppati del nostro tempo, constatiamo che, stante l’alto sviluppo delle forze produttive, anche la campagna ha subìto una trasformazione capitalistica completa e che pertanto la classe operaia costituisce l’unica classe lavoratrice in campagna come in città. In un certo paese capitalistico ci sono parecchie decine di migliaia di fattorie tutte a un altissimo livello di meccanizzazione. Inoltre l’elettrificazione, l’irrigazione, l’uso di fertilizzanti chimici hanno raggiunto livelli altissimi nella campagna. Per tale motivo in questo paese, si dice, un operaio agricolo coltiva 30 chongbo di terra. Cosa significa? Questo vuol dire, in effetti, non solo che non ci sono differenze di classe fra la classe operaia e contadini, ma anche che le forze produttive in agricoltura hanno raggiunto quasi lo stesso livello di quelle dell’industria. Se ci sono ancora differenze, queste riguardano le condizioni di lavoro: l’operaio industriale lavora nell’officina, l’operaio agricolo lavora nei campi.
 Marx dunque considerava la tappa di transizione al socialismo dopo la presa del potere da parte del proletariato in un paese capitalistico sviluppato come un periodo relativamente breve. In altri termini, egli riteneva che, dal momento in cui nella società ci sono soltanto due classi, la classe dei capitalisti e la classe operaia, sarà possibile portare a termine i compiti del periodo di transizione in un tempo relativamente breve e passare rapidamente alla fase superiore del comunismo, una volta che la classe dei capitalisti sia stata schiacciata e le loro proprietà siano state sequestrare e convertite in proprietà di tutto il popolo nel corso della rivoluzione socialista.
 Marx non ha mai affermato peraltro che sia possibile passare direttamente dal capitalismo al comunismo senza attraversare la fase del socialismo. Per quanto altamente sviluppate siano le forze produttive, e perfino se non ci sono differenze di classe fra la classe operaia e i contadini, bisogna necessariamente portare a termine, prima di giungere al comunismo, i compiti del periodo di transizione, che consistono nel liquidare i residui delle forze della classe sfruttatrice e nel sopprimere ogni sopravvivenza delle vecchie idee nella coscienza degli uomini. È il primo punto di cui dobbiamo assolutamente tener conto.
 Il secondo punto che dobbiamo prendere in considerazione per studiare la dottrina di Marx sul periodo di transizione e per chiarire perfettamente questo problema è la prospettiva marxiana della rivoluzione ininterrotta.
 Come tutti sanno, Marx non poteva scorgere chiaramente lo sviluppo politico ed economico ineguale del capitalismo, perché egli ha vissuto l’epoca del capitalismo pre-monopolistico e di conseguenza riteneva che la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata quasi simultaneamente nei principali paesi capitalistici d’Europa, l’uno dopo l’altro, e che la rivoluzione mondiale avrebbe trionfato in un periodo relativamente rapido. Partendo da queste premesse Marx non soltanto ha considerato il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo come un periodo storico relativamente corto, ma ha anche definito la dittatura del proletariato in termini di tempo corrispondenti al periodo di transizione, cioè ha definito il periodo di transizione e la dittatura del proletariato come reciprocamente inseparabili. Noi dobbiamo tenere conto anche di questo elemento.
 Senza dubbio è vero che il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo o al comunismo non terminerà che quando, dopo il rovesciamento della classe dei capitalisti, la società senza classi sarà realizzata e non vi saranno più differenze tra operai e contadini. Si può inoltre credere che, nel caso in cui la rivoluzione socialista scoppiasse successivamente in tutti i paesi e la rivoluzione trionfasse su scala mondiale, il periodo di transizione e la dittatura del proletariato si corrisponderebbero reciprocamente e che, con la fine del periodo di transizione, la dittatura del proletariato sparirebbe e lo Stato si estinguerebbe.
 Ma, qualora il socialismo sia costruito e la società senza classi sia realizzata in un solo paese o in una certa regione, il periodo di transizione avrà termine per esso prima che la rivoluzione abbia trionfato su scala mondiale. La dittatura del proletariato non scomparirà e ancor meno si potrà parlare di estinzione dello Stato fin tanto che il capitalismo esisterà nel mondo. Per tale motivo, per delucidare perfettamente i problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato, noi non dobbiamo aggrapparci in modo dogmatico alle tesi di Marx, ma dobbiamo interpretare questi problemi partendo dall’esperienza pratica dell’edificazione del socialismo nel nostro paese.
 Attualmente certuni usano la nozione del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, ma non si servono in alcun modo della nozione del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, cioè alla fase superiore del comunismo. Essi usano anche il termine di «passaggio graduale dal socialismo al comunismo».
 La deviazione opportunistica di destra consiste nel considerare che il periodo di transizione va dalla conquista del potere da parte della classe operaia alla vittoria del regime socialista e nel ritenere, facendo coincidere il periodo di transizione con il periodo della dittatura del proletariato, che la missione storica della dittatura del proletariato si esaurirà con la fine del periodo di transizione. Per tale motivo, coloro che abbracciano questa posizione affermano che, dal momento in cui sia stata conseguita la vittoria tanto completa quanto definitiva del socialismo, prima fase del comunismo, e si sia passati all’edificazione generalizzata del comunismo, la dittatura del proletariato ha assolto la sua missione storica e non è più necessaria. Si tratta di un punto di vista opportunistico di destra che contravviene radicalmente al marxismo-leninismo.
 Qual è invece il punto di vista opportunistico «di sinistra»? Un tempo coloro che avevano un punto di vista «di sinistra» consideravano il problema del periodo di transizione esattamente nella stessa maniera di coloro che avevano un punto di vista opportunistico di destra. Ma negli ultimi tempi, partendo dalla loro posizione per cui il comunismo non potrà essere realizzato che fra qualche generazione, pretendono che bisogna considerare il periodo di transizione come un periodo di transizione dal capitalismo alla fase superiore del comunismo. Il fine che così essi perseguono è, a mio parere, quello di criticare l’opportunismo di destra. Criticare le deviazioni di destra è una cosa buona, ma questo punto di vista sul problema del periodo di transizione non può essere considerato giusto.
 Come abbiamo visto sopra, è chiaro che queste persone commettono tutte, le une come le altre, delle deviazioni nel modo di affrontare i problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato.
 Siamo del parere che poco importi chiamare il periodo della transizione periodo di transizione dal capitalismo al socialismo oppure dal capitalismo al comunismo, poiché il socialismo è la prima fase del comunismo. Ciò però di cui qui si tratta è un’altra cosa: è il fatto che un certo numero di compagni, guastati dal servilismo verso le grandi potenze, considerano, secondo la prospettiva opportunistica «di sinistra», il periodo di transizione come quello che si estende fra il capitalismo e la fase superiore del comunismo oppure, secondo la prospettiva opportunistica di destra, come quello che va fino alla vittoria del socialismo.
 Il punto cruciale della polemica sul problema del periodo di transizione non risiede dunque nei termini «transizione al socialismo» e «transizione al comunismo», ma è riconducibile alla questione di sapere dove tracciare la linea di demarcazione del periodo di transizione. Attualmente un certo numero di persone che hanno tracciato scorrettamente questa linea di demarcazione, sono cadute nella confusione — il che crea svariati problemi. La linea di demarcazione tracciata da coloro che hanno opinioni di destra così come quella tracciata da coloro che hanno opinioni «di sinistra» sono discutibili.
 Quella che viene chiamata la fase superiore del comunismo è non soltanto una società senza classi, dove non c’è differenza fra l’operaio e il contadino, ma è anche una società altamente sviluppata, dove non esiste più differenza fra il lavoro intellettuale e il lavoro manuale e dove tutti i suoi membri lavorano secondo le loro capacità e ricevono secondo i loro bisogni. Per tale motivo, se si ritiene che il periodo di transizione vada fino a questa fase superiore del comunismo, ciò equivale di fatto a non tracciare la linea di demarcazione. Alcuni, tuttavia, non solo considerano il periodo di transizione come quello che va fino alla fase superiore del comunismo, ma affermano per di più che è impossibile realizzare il comunismo in un solo paese. Essi dicono che non si potrà entrare nel comunismo se non quando sarà compiuta la rivoluzione mondiale. Secondo tale opinione, il periodo di transizione non può terminare prima del completamento della rivoluzione mondiale. Mentre per le posizioni di destra il periodo di transizione coincide con la dittatura del proletariato considerando che il periodo di transizione va fino al trionfo del socialismo, queste altre, considerando per altro verso che esso duri fino alla fase superiore del comunismo, indicano la corrispondenza reciproca del periodo di transizione e della dittatura del proletariato. Secondo noi, essi sono andati troppo avanti nel loro punto di vista.
 D’altra parte, c’è il problema delle opinioni di destra per cui il periodo di transizione andrebbe fino al trionfo della rivoluzione socialista. L’idea che il periodo di transizione duri fino alla vittoria del regime socialista procede da un punto di vista ideologico che abbandona, sul piano nazionale, la lotta di classe contro i residui della classe sfruttatrice e rinunzia, sul piano internazionale, alla rivoluzione mondiale volendo vivere in pace con l’imperialismo. Ancora peggio: si pretende che la dittatura del proletariato scompaia con la fine del periodo di transizione. Come potrebbe accadere ciò? È profondamente sbagliato.
 Non bisogna dunque seguire meccanicamente ciò che è stato stabilito da persone con opinioni di destra né assumere a criterio ciò che è stato stabilito da gente con opinioni «di sinistra».
 Dobbiamo sempre fermamente far valere il Juché e fondarci sull’esperienza della pratica della rivoluzione e dell’edificazione del socialismo nel nostro paese per risolvere il problema.
 Come ho già ricordato sopra, le definizioni dei classici relative ai problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato sono assolutamente corrette dal punto di vista delle condizioni storiche del loro tempo e delle premesse da cui sono partiti.
 Ma oggi la nostra realtà esige che queste definizioni si sviluppino in modo creativo e non che si applichino meccanicamente. Abbiamo compiuto la rivoluzione socialista dopo aver ereditato le forze produttive assai arretrate di un paese agricolo coloniale ed edifichiamo il socialismo in circostanze in cui il capitalismo resta ancora una forza considerevole nel mondo.
 Per chiarire bene i problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato bisogna assolutamente tener conto di questa realtà concreta in cui ci troviamo. Tenendo conto di questo elemento, penso che sia eccessivo considerare il periodo di transizione nel nostro paese come qualcosa che vada fino alla fase superiore del comunismo e che sia corretto considerare che esso arrivi sino al socialismo. Purtroppo i nostri compagni non studiano queste Tesi quanto è necessario. Dobbiamo far lavorare il cervello per risolvere i problemi a modo nostro, fondandoci sempre sui documenti del partito. Quali sono allora le idee principali delle «Tesi sulla questione rurale socialista nel nostro paese»? Le idee fondamentali delle Tesi consistono nel completare la rivoluzione tecnica nelle campagne per sviluppare intensamente le forze produttive dell’agricoltura e, allo stesso tempo, nell’avviarvi la rivoluzione ideologica e la rivoluzione culturale, al fine di eliminare progressivamente le differenze fra la classe operaia e i contadini nei campi tecnico, ideologico e culturale, e nel portare la proprietà cooperativa al livello della proprietà di tutto il popolo.
 Questi obiettivi non possono essere raggiunti senza la direzione e il sostegno della classe operaia verso i contadini. La linea di condotta del nostro partito consiste nel realizzare la rivoluzione tecnica nelle campagne aiutando i contadini materialmente e tecnicamente e fornendo solide basi industriali. A tale scopo bisogna inviare in campagna molti trattori e fornire grandi quantità di concimi e di altri prodotti chimici destinati all’agricoltura per procedere alla modernizzazione chimica ed effettuare l’irrigazione. Allo stesso tempo la classe operaia deve aiutare i contadini a riorganizzare la loro ideologia ed esercitare la propria influenza culturale su di essi. Soltanto così i contadini possono essere completamente trasformati in classe operaia.
 In realtà la trasformazione dei contadini in classe operaia è una delle questioni più importanti per l’edificazione del socialismo e del comunismo. È proprio grazie a questi mezzi che noi ci proponiamo di trasformare i contadini in classe operaia e di eliminare le differenze fra classe operaia e contadini.
 Dobbiamo guardarci dal servilismo verso le grandi potenze e, aderendo fermamente alla linea Juché del nostro partito, dobbiamo risolvere al tempo stesso la questione della trasformazione dei contadini in classe operaia. Dobbiamo applicare lo spirito delle Tesi e consolidare le basi materiali del socialismo per portare le forze produttive a un livello elevato, eliminare le differenze fra città e campagna e rendere agiata la vita del popolo.
 Soltanto in questo modo noi potremo guadagnarci completamente i vecchi strati intermedi. Prima che gli strati intermedi cessino di oscillare e ci sostengano integralmente noi non potremo dire che il socialismo sia consolidato né affermare che esso abbia completamente trionfato. Potremo affermare di aver completamente realizzato il socialismo soltanto quando gli strati intermedi ci sosterranno attivamente. Potremo dire di aver assolto i compiti del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo quando, grazie alla promozione dell’edificazione del socialismo, avremo completamente guadagnato alla nostra causa gli strati intermedi e avremo soppresso le differenze fra la classe operaia e i contadini e costruito una società senza classi.
 Come si vede, è corretto, a mio parere, tracciare la linea di demarcazione del periodo di transizione al punto in cui si realizza la società senza classi, a differenza delle deviazioni di destra e «di sinistra».
 Come si può chiamare allora la società corrispondente al periodo che va dalla vittoria della rivoluzione socialista e dal compimento della trasformazione socialista fino alla soppressione delle differenze di classe fra la classe operaia e i contadini? Questa società appartiene senza dubbio al periodo di transizione e, dal momento che è una società senza sfruttamento, è impossibile chiamarla altrimenti che società socialista.
 Certo, con la fine del periodo di transizione non si passerà alla fase superiore del comunismo immediato. Per arrivare alla fase superiore del comunismo, occorrerà, anche dopo la fine del periodo di transizione, proseguire la rivoluzione e la costruzione per sviluppare le forze produttive fino al livello in cui ciascuno lavorerà secondo le sue capacità e riceverà secondo i suoi bisogni.
 Penso che questo punto di vista riguardo ai problemi del periodo di transizione sia conforme alle definizioni di Marx e di Lenin e che parta dalle nuove condizioni storiche e dall’esperienza della pratica della rivoluzione e dell’edificazione del socialismo nel nostro paese. Questa non è peraltro la nostra conclusione definitiva, ma piuttosto una conclusione preliminare. Sarebbe bene che voi approfondiste i vostri studi in questo senso.
 Se si deve definire così il periodo di transizione, come affrontare il problema della dittatura del proletariato?
 Come ho già ricordato prima, i classici ritenevano che il periodo di transizione e la dittatura del proletariato corrispondessero l’uno all’altro. Ebbene, una volta che la società senza classi sarà realizzata nel nostro paese e sarà riportata una vittoria completa del socialismo, in altri termini, quando i compiti del periodo di transizione saranno stati assolti, la dittatura del proletariato sarà ancora necessaria? Una risposta negativa è impensabile. Senza parlare della necessità della sua esistenza lungo tutto il periodo di transizione, la dittatura del proletariato deve assolutamente prolungarsi sino alla fase superiore del comunismo, perfino dopo il termine del periodo di transizione.
 Anche se riusciremo a consolidare le basi materiali e tecniche del socialismo e a compiere la rivoluzione tecnica in agricoltura grazie all’applicazione delle Tesi sulla questione rurale socialista, anche se riusciremo a portare la proprietà cooperativa al livello della proprietà di tutto il popolo, a trasformare i contadini in classe operaia e ad eliminare le differenze fra operai e contadini, anche in questo caso le forze produttive non arriveranno ancora a un livello che permetta di applicare il principio del comunismo: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni. È per questo motivo che, anche allora, bisognerà proseguire l’edificazione del socialismo e la lotta per la realizzazione del comunismo. È evidente che questi obiettivi non potranno essere conseguiti senza la dittatura del proletariato. In altri termini, anche dopo la fine del periodo di transizione la dittatura del proletariato deve prolungarsi sino alla fase superiore del comunismo.
 Nasce qui un’altra questione: quando il comunismo sarà realizzato in un paese o in una certa regione, fermo restando il capitalismo nel resto del mondo, che accadrà della dittatura del proletariato? Fin tanto che la rivoluzione mondiale non sarà compiuta e sussisteranno capitalismo e imperialismo, la realizzazione del comunismo in un solo paese o in una certa regione non eviterà a quella società di subire la minaccia dell’imperialismo e la resistenza dei nemici interni collegati ai nemici esterni. In tali condizioni lo Stato non potrà estinguersi e la dittatura del proletariato dovrà continuare anche nella fase superiore del comunismo. Nel caso in cui la rivoluzione si scatenasse successivamente in tutti i paesi del mondo e nel caso in cui il capitalismo andasse in rovina e la rivoluzione socialista trionfasse su scala mondiale, il periodo di transizione e la dittatura del proletariato coinciderebbero e, alla fine del periodo di transizione, la dittatura del proletariato non sarebbe più necessaria e le funzioni dello Stato si estinguerebbero. Tuttavia, dal momento che noi ammettiamo la teoria della possibilità dell’edificazione del comunismo in un solo paese o in una certa regione, è del tutto corretto prospettarsi separatamente il periodo di transizione e la dittatura del proletariato.
 Se noi affrontiamo in tal modo i problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato non è certo per revisionare il marxismo-leninismo. La nostra posizione consiste nell’applicare in maniera creativa le tesi enunciate da Marx e da Lenin alle nuove condizioni storiche così come alla pratica concreta del nostro paese. Ritengo che questo modo di agire è la via che permette di combattere il dogmatismo e il servilismo verso le grandi potenze e di salvaguardare la purezza del marxismo-leninismo.
 In relazione alla dittatura del proletariato, vorrei fare qualche osservazione sul problema della lotta di classe. Ci sarà la dittatura del proletariato fin tanto che ci sarà la lotta di classe; la dittatura del proletariato è necessaria per condurre la lotta di classe. Ma ci sono parecchie forme di lotta di classe. Una forma assume la lotta di classe nella fase del rovesciamento del capitalismo, un’altra in quella successiva ad esso. Questo è stato già chiaramente indicato nei documenti del nostro partito. Tuttavia molti compagni commettono errori di destra o «di sinistra» perché non comprendono esattamente questo punto.
 La lotta di classe nella fase della rivoluzione socialista è una lotta mirante a liquidare i capitalisti in quanto classe; la lotta di classe nella società socialista è una lotta che ha per scopo l’unità e la coesione e non è affatto una lotta di classe destinata a seminare la discordia e l’inimicizia fra i membri della società. Nella società socialista si conduce la lotta di classe, ma essa continua con il metodo della cooperazione e nella prospettiva dell’unità e della coesione. La rivoluzione ideologica che attualmente noi perseguiamo è, ovviamente, una lotta di classe e l’aiuto che accordiamo alle campagne nella prospettiva di trasformare i contadini in operai è anch’essa una forma di lotta di classe. Infatti lo scopo perseguito dallo Stato della classe operaia fornendo ai contadini macchine e concimi chimici ed estendendo l’irrigazione è quello, in fin dei conti, di sopprimere i contadini in quanto classe e trasformarli completamente in classe operaia. Lo scopo della nostra lotta di classe è non soltanto quello di trasformare i contadini in operai e di sopprimerli così in quanto classe, ma anche di rivoluzionare i vecchi strati intermedi, specialmente gli intellettuali della vecchia scuola e la vecchia classe piccolo-borghese urbana, e di rimodellarli così sulla classe operaia. Questa è la principale forma di lotta di classe che stiamo perseguendo.
 Inoltre, sotto il nostro regime, dato che le forze controrivoluzionarie esterne esercitano la loro influenza sovversiva e che i residui della classe sfruttatrice abbattuta agiscono all’interno, esiste una lotta di classe mirante a schiacciare le loro manovre controrivoluzionarie.
 Come si può vedere, nella società socialista c’è una forma di lotta di classe che consiste nell’esercitare la dittatura sui nemici esterni ed interni, a fianco della forma principale di lotta di classe consistente nel rivoluzionare e nel rimodellare con il metodo della cooperazione gli operai, i contadini e i lavoratori intellettuali in vista della loro unità e della loro coesione.
 Per questo motivo nella società socialista la lotta delle classi non scompare, ma continua sempre cambiando soltanto la forma. Questo modo di considerare il problema della lotta di classe nella società socialista è del tutto giusto.
 In relazione al problema della lotta di classe vorrei ancora aggiungere qualche parola per sottolineare il problema della rivoluzionarizzazione degli intellettuali. Non possiamo ancora dire di aver trovato i mezzi perfetti per rivoluzionarizzare gli intellettuali. Abbiamo cercato, a tal fine, di far lavorare gli intellettuali insieme agli operai nelle officine, ma dubitiamo che sia proprio un metodo perfetto. Se noi abbiamo formato degli intellettuali è per farli scrivere, per far loro studiare le scienze e la tecnologia o per farne degli insegnanti. Se avessimo voluto farli lavorare in officina, perché avremmo speso grosse somme per formarli, invece di farne sin dall’inizio degli operai? Quindi neppure questo metodo è raccomandabile.
 Certo, è bene avvicinare gli intellettuali agli operai affinché i primi apprendano dai secondi lo spirito di organizzazione, la fermezza e lo spirito di abnegazione consistente nel servire il popolo con il lavoro manuale. Tuttavia, si può con questo risolvere perfettamente il problema della rivoluzionarizzazione degli intellettuali? No. Non è raro che i nostri scrittori siano andati nelle officine. Certi scrittori, tuttavia, non hanno fatto dei grandi progressi anche dopo il lavoro in officina. È impossibile rivoluzionarizzare gli intellettuali soltanto mandandoli a lavorare in officina.
 L’importante è rafforzare la loro presenza nelle diverse organizzazioni, a cominciare da quella del partito. Attualmente alcuni nostri intellettuali non amano il rafforzamento della vita interna del partito e di diverse altre organizzazioni e non partecipano in modo soddisfacente alla vita delle organizzazioni. Essi pensano che il rinvigorimento della vita del partito e la partecipazione alla vita delle organizzazioni comporterebbe una privazione di libertà.
 Anche a livello di quadri, quelli che contravvengono alla politica del partito sono gli stessi che non partecipano abbastanza alla vita del partito e non si applicano agli studi del partito. Attualmente, poiché la Scuola centrale del partito non rafforza neppure essa la vita del partito per i suoi allievi, questi ultimi, anche dopo la loro uscita dalla Scuola, non sanno utilizzare correttamente quanto hanno appreso né lavorare né vivere in modo rivoluzionario.
 Per tale motivo è essenziale per la rivoluzionarizzazione degli intellettuali farli lealmente partecipare alla vita di organizzazione rivoluzionaria. Innanzitutto bisogna che essi accrescano la loro presenza nella cellula del partito e che si armino delle idee rivoluzionarie applicandosi agli studi del partito, senza vantarsi del loro sapere. Inoltre essi non devono temere di essere criticati né avere soggezione a criticare gli altri, devono fare severamente la critica e l’autocritica e osservare strettamente la disciplina dell’organizzazione. Solo questo modo d’agire potrà aiutarli a rivoluzionarizzarsi. Tutti devono coltivare il collettivismo nel corso della vita interna del partito o delle organizzazioni di massa e assimilare lo spirito rivoluzionario consistente nell’accettare senza eccezioni i compiti rivoluzionari affidati dall’organizzazione e nell’assolverli fedelmente. I membri del partito e i membri delle organizzazioni di massa devono armarsi saldamente della politica del partito e propagandarla, devono divenire dei rivoluzionari che non mancano di eseguire i compiti rivoluzionari secondo la politica del partito. Quello che definiamo rivoluzionario è il comunista autentico. Il comunista non ha mai avuto nulla a che vedere con l’egoismo che consiste nel riportare tutto a se stesso. I rivoluzionari devono avere lo spirito comunista di lavorare e vivere secondo questo principio: «uno per tutti, tutti per uno», devono temprarsi nello spirito del partito, nello spirito di classe e nello spirito popolare lavorando per la classe operaia e per tutto il popolo.
 In conclusione, se gli intellettuali non conducono correttamente la loro vita nell’organizzazione del partito e in tutte le altre organizzazioni, finiranno per corrompersi. Esempi simili sono numerosi. Tengo a sottolineare una volta di più che tutti gli intellettuali, appartengano alla vecchia scuola o siano di nuova formazione, devono rafforzare la loro presenza in seno all’organizzazione del partito e alle diverse altre organizzazioni per sbarazzarsi del liberalismo e delle idee piccolo-borghesi e per forgiarsi come rivoluzionari.
 Oggi vi ho parlato abbastanza in dettaglio dei problemi del periodo di transizione e della dittatura del proletariato. Penso che questo vi basterà per capire a grandi linee i problemi discussi nel corso dello studio dei documenti della Conferenza del partito.