SU ALCUNE QUESTIONI RELATIVE ALLE
BASI IDEOLOGICHE DEL SOCIALISMO

Discorso pronunciato dinanzi ai responsabili del
Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea
30 maggio 1990


 Da qualche tempo gli imperialisti moltiplicano particolarmente le trame volte ad affondare il socialismo, laddove più di una corrente d’idee malsane se la prende con questo, ostinandosi a snaturarne e a negarne l’ideale. L’ascesa di queste correnti in parecchi paesi socialisti ha avuto l’effetto di alterarne il regime sociale e di orientarne la società verso il capitalismo. È proprio questo il caso dei paesi che, pretendendo di orientarsi sul marxismo-leninismo, non si sono attenuti ai princìpi rivoluzionari della classe operaia né hanno avuto abbastanza spirito d’iniziativa per adattare la loro politica ai cambiamenti di circostanze.
 Ebbene, i paesi che hanno cara l’indipendenza sono rimasti fedeli a questi princìpi e continuano a marciare con passo sicuro seguendo la via socialista. Rifiutando di andare a rimorchio degli altri, essi applicano il marxismo-leninismo in modo creativo, alla luce delle loro realtà.
 Il socialismo rappresenta una società fondata sulle idee rivoluzionarie della classe operaia. Quel che garantisce il suo sviluppo sono l’ideologia e la teoria cui s’ispira, più precisamente la loro pertinenza, la loro virtù rivoluzionaria e il loro realismo. Perciò il socialismo, per assicurare la sua difesa e il suo sviluppo, obbligato com’è a sostenere una lotta ad oltranza contro i suoi nemici d’ogni colore, esige che questa ideologia e questa teoria, quelle della classe operaia, siano emendate e perfezionate senza sosta in funzione delle esigenze del tempo e dei progressi della rivoluzione.
 Quanto a noi, vi abbiamo apportato una soluzione perfetta ispirandoci alle idee del Juché. Infatti, se non ci fossero queste idee, e se avessimo seguito ciecamente gli altri, non saremmo riusciti a edificare un socialismo così eccellente e così originale come il nostro.
 Ai giorni nostri il tipo di socialismo che dà prova della più grande stabilità politica e della più ferma vitalità nei diversi campi è proprio il nostro socialismo, costruito sulle idee del Juché. Provvisto di virtù e di qualità a tutta prova, il nostro socialismo avanza vittoriosamente, sfidando ogni pressione ed ogni attacco degli imperialisti e degli altri reazionari. Esso gode della fiducia assoluta e del sostegno totale del nostro popolo. Desta l’ammirazione di numerosi popoli che lo invidiano, vedendo in esso il «modello del socialismo», un «socialismo del tutto originale». Così la realtà stessa conferma la validità e la pertinenza incomparabile del pensiero del Juché che forma la sovrastruttura ideologica del nostro socialismo.
 Dobbiamo ritenerci infinitamente onorati e felici d’aver queste idee come basi ideologiche del nostro socialismo e impregnarcene per difenderle ed applicarle alla perfezione.
 Bisogna anzitutto farci un’idea chiara dell’originalità e della pertinenza delle idee del Juché create dal Presidente Kim Il Sung.
 Ho insistito, già parecchio tempo addietro, sulla necessità di prendere atto della novità e della continuità delle idee del Juché in rapporto al marxismo-leninismo accordando il peso maggiore alla loro originalità, se si vuol situare le due dottrine. In altre parole, bisogna vedere nel pensiero del Juché non una continuazione del marxismo-leninismo, ma un’intera dottrina a parte, del tutto nuova e originale. Quanto alla continuità che segna in rapporto a quello, essa si spiega col fatto che non lo nega né rifiuta di apprezzarne i meriti storici.
 Il materialismo dialettico di Marx ebbe ragione della visione idealistica e metafisica reazionaria. Questi meriti storici li riconosciamo bene, ma non bastano perché esso sia una dottrina filosofica esaustiva al servizio della classe operaia. Il marxismo-leninismo mise in luce l’ineluttabilità della rovina del capitalismo e della vittoria del socialismo e concepì delle idee ed una teoria sull’edificazione di una società senza classi, senza sfruttamento né oppressione, ossia una società ideale. Ma da qui ad essere un pensiero comunista esaustivo atto a servire impeccabilmente la classe operaia ce ne passa. Infatti finora abbiamo raramente parlato dei limiti del marxismo-leninismo, ma oggi che questi limiti si rivelano sempre più palesi reputiamo utile rammentarli ai nostri uomini in modo che ne abbiano un’idea nitida. Essi potranno allora veder chiaramente in cosa risiedono l’originalità e la pertinenza delle idee del Juché e rinsaldare la loro fede nel nostro socialismo edificato su di esse.
 L’ideologia rivoluzionaria creata dal Presidente Kim Il Sung rappresenta il sistema integrale del pensiero, delle teorie e dei metodi del Juché, che, a causa della sua originalità eccezionale, può esser battezzato solo con l’augusto nome del suo autore.
 Le idee del Juché forniscono una filosofia originale.
 La classe operaia deve la messa a punto della sua dottrina filosofica iniziale a Marx. Questa eredita, con spirito critico, le dottrine che l’hanno preceduta. Marx prese dal materialismo e dalla dialettica della sua epoca quel che avevano di razionale e di progressivo, rigettandone quel che era irrazionale e reazionario, e creò così il materialismo dialettico. Poi, applicando la sua dottrina all’evoluzione della società, mise a punto il materialismo storico. Preoccupato di liberare dalla visione del mondo superata e reazionaria la classe operaia appena comparsa sulla scena della storia, egli s’impegnò a svolgere una revisione critica della dottrina filosofica dell’epoca. Egli definì su basi scientifiche i rapporti tra la materia e la coscienza, tra l’essere e lo spirito, problema fino ad allora insoluto malgrado i molteplici sforzi e dibattiti, e su questa base eresse la sua dottrina filosofica.
 Ebbene, con l’avvento dell’epoca dell’indipendenza, la storia esigette che si perfezionasse, sotto una luce nuova, la concezione del mondo della classe operaia. Testimone dell’affermazione delle masse popolari come padrone del loro destino, caratteristica essenziale di questa epoca, essa reclamava che ogni filosofia s’impegnasse a precisare la posizione e il ruolo dell’uomo, artefice del suo destino, nel mondo. La filosofia del Juché assunse questa questione come il problema di fondo d’ogni ragionamento filosofico. Essa fece propri, è vero, certi princìpi del materialismo dialettico di Marx, giudicati necessari. Nondimeno essa forma una scuola filosofica del tutto nuova e originale, avendo chiarito sotto una luce nuova il problema di fondo della filosofia dei giorni nostri e riorganizzato l’economia e il contenuto stesso della filosofia.
 Enunciando il principio filosofico secondo cui l’uomo è padrone di tutto e decide di tutto, essa determinò senza ambagi la posizione e il ruolo dell’uomo nel mondo.
 Questo principio operò una svolta nella concezione della storia della società. I fondatori del marxismo applicarono il materialismo dialettico finanche nel campo dell’evoluzione della società umana, al fine di confutare la concezione idealistica e metafisica che serviva a giustificare il regime reazionario basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed accertarono che la società esiste oggettivamente, alla medesima stregua della natura, e che si evolve seguendo le leggi universali del divenire del mondo materiale. Soltanto non seppero scorgere la differenza fondamentale che esiste tra il movimento della natura e quello della società, né, di conseguenza, lumeggiare la legge che presiede a quest’ultimo. Ebbene, la nuova epoca esigette imperiosamente che questa legge fosse messa in luce se si voleva che la visione della storia sociale fosse perfezionata a vantaggio della classe operaia, tanto più che le masse sono animatrici d’ogni movimento storico-sociale. Questa necessità storica troverà la sua soluzione perfetta solo nella filosofia del Juché.
 Questa, applicando alla storia sociale il suo principio filosofico incentrato sull’uomo in cui essa vede l’essere potente, capace di dominare tutto e di decidere di tutto, ha accertato che le masse popolari sono il soggetto della storia e che ogni movimento storico-sociale è il prodotto del loro intervento segnato dal Chajusong, dalla creatività e dalla coscienza.
 Il principio filosofico del Juché nonché il suo principio storico-sociale poggiano su un’idea pertinente delle caratteristiche essenziali dell’uomo. La dottrina del Juché ha formulato, per la prima volta della storia, l’idea che l’uomo è un essere sociale, dotato di Chajusong, di creatività e di coscienza, e ha indicato la via più corretta che ci sia per forgiare il suo destino.
 Il compagno Kim Il Sung ha creato le idee del Juché non per presentare una nuova dottrina, ma per indicare al popolo la via corretta da seguire per plasmare il suo destino. In effetti, tutto il cammino percorso dalla rivoluzione coreana rappresenta un processo d’applicazione delle idee del Juché, che è stato la chiave dell’instaurazione e dello sviluppo del suo socialismo, così altamente elaborato. L’originalità e la pertinenza delle idee del Juché si trovano corroborate dalla superiorità di questo regime sociale.
 Il suo valore fondamentale proviene dal fatto che privilegia l’uomo ponendolo al centro d’ogni preoccupazione e destinando ogni cosa al suo servizio. Esso è determinato dalle idee del Juché, incentrate sull’uomo.
 Il nostro socialismo risponde perfettamente ai bisogni intrinsechi dell’uomo, essere sociale.
 In quanto tale, questi vuol vivere e svilupparsi in piena indipendenza, libero da ogni costrizione. Ogni movimento sociale mira in definitiva all’emancipazione delle masse; e lo sviluppo della società rappresenta il progresso della lotta combattuta a questo fine. Tale è una delle caratteristiche essenziali del movimento sociale.
 Il marxismo esamina l’evoluzione della società essenzialmente alla luce dei fatti materiali ed economici. A suo avviso, questa è solo un prosieguo dei cambiamenti del modo di produzione che segue la legge dell’adattamento dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive. Così l’instaurazione del modo di produzione socialista significherebbe il compimento della rivoluzione, d’allora trattandosi solo più di consolidare e di perfezionare questo modo di produzione. Proprio per questo i classici marxisti-leninisti, ancorché avevano insistito sulla necessità di continuare la lotta per passare dalla rivoluzione democratica borghese e alla rivoluzione socialista, non poterono sottolineare la necessità di proseguire la rivoluzione fino all’instaurazione del comunismo. Stante questa loro visione, non poterono chiarire il problema della rivoluzione da proseguire dopo l’instaurazione del regime socialista. Ebbene, l’esperienza dell’edificazione del socialismo insegna che, se s’interrompe la rivoluzione nel campo ideologico e culturale e non si va oltre l’istituzione del socialismo, non si può metter pienamente in opera il valore di questo né liberare completamente le masse.
 Le idee del Juché hanno accertato che ogni lotta rivoluzionaria mira ad emancipare le masse e che la rivoluzione deve proseguirsi fino alla realizzazione completa di questo obiettivo. Le masse popolari potranno essere perfettamente libere solo quando saranno state affrancate non soltanto dal giogo socio-politico grazie all’eliminazione dei rapporti di produzione superati, ma altresì dagli ostacoli della natura, dell’ideologia e della cultura vecchia. L’instaurazione del regime socialista significa l’affrancamento socio-politico delle masse lavoratrici, ma non dai vincoli della natura, dell’ideologia e della cultura retrograda. Ciò a causa della presenza di vestigia della vecchia società. La società soffre per un certo tempo del ritardo nel campo ideologico, tecnico e culturale, e ciò è d’ostacolo alla realizzazione perfetta delle rivendicazioni sovrane delle masse. Il nostro partito e il nostro popolo hanno applicato, sotto la bandiera della rivoluzione ininterrotta, la linea delle tre rivoluzioni, ideologica, tecnica e culturale, per rendere le masse più libere e la loro posizione sovrana sempre più solida.
 Il nostro socialismo incarna al meglio i bisogni vitali dell’uomo.
 L’uomo è un essere sociale dotato di creatività come pure di Chajusong, e vuol vivere e svilupparsi in modo creativo nonché in piena indipendenza. Egli lavora in modo creativo per trasformare la natura e la società e sviluppa senza sosta le sue capacità.
 Il marxismo ritiene che la produzione materiale e i rapporti socio-economici abbiano una parte determinante nelle attività dell’uomo che vive in società. Esso identifica l’evoluzione della società con quella della natura come se fosse retta solo da leggi oggettive, fra cui la legge del divenire dei fatti materiali ed economici. Non presta la dovuta attenzione alle capacità e al ruolo creatore delle masse, che non cessano di estendersi. Certo, l’uomo si appoggia alle leggi oggettive per trasformare la natura e la società. Lavora attivamente per discernerle e per utilizzarle, piuttosto che sottomettervisi. Possiede capacità illimitate per trasformare la natura e la società conformemente ai suoi bisogni sovrani, appoggiandosi alle leggi oggettive. Certo, queste capacità hanno i loro limiti in una data epoca della storia, ma si sviluppano costantemente man mano che le esercita. In definitiva, la società si sviluppa allo stesso ritmo dell’accrescimento delle capacità e del ruolo creatore delle masse. Il partito della classe operaia è dunque tenuto ad impegnarsi per favorirlo in modo che si possa padroneggiare ed utilizzare a suo vantaggio le leggi oggettive. Se si trascura questo compito, non si può condurre in porto la rivoluzione e lo sviluppo del paese. D’altronde, è proprio questo che mostra l’esperienza dell’edificazione del socialismo. Da noi vi è stato consacrato un grande sforzo, sforzo coronato da importanti realizzazioni. Tutti i lavoratori, coscienti della loro responsabilità e provvisti di grandi capacità, danno il meglio di se stessi alla rivoluzione e allo sviluppo del paese.
 Il nostro socialismo valorizza al più alto grado la coscienza dell’uomo.
 La coscienza è un attributo fondamentale dell’uomo e garantisce il suo Chajusong e la sua creatività.
 Nel corso della storia essa fu oggetto di aspre controversie tra il campo del progresso e quello della reazione. L’idealismo accorda un valore assoluto allo spirito al punto di farne un mistero e gli attribuisce un’esistenza in sé, indipendente dal mondo materiale. In opposizione a questo, il materialismo afferma che la coscienza è solo il riflesso del mondo materiale; era un grande progresso nella lotta contro l’idealismo, ma questa non è però un’idea pertinente del ruolo della coscienza. Se Marx accertò che i fatti sociali determinano la coscienza sociale, che, a sua volta, reagisce attivamente sui primi, non giunse fino a rilevare il ruolo determinante che gioca la coscienza nelle attività dell’uomo.
 Il pensiero del Juché ha per la prima volta reso giustizia al ruolo della mentalità. Certo, l’uomo agisce in condizioni materiali determinate e la coscienza riflette il mondo materiale reagendo su di esso. Però l’azione di questa non finisce qui. Essa determina tutta la condotta dell’uomo, stando alla base dei suoi pensieri e delle sue azioni. Gioca un ruolo decisivo nelle sue attività cognitive e pratiche. Dotato di coscienza sovrana, l’uomo lavora attivamente per conoscere il mondo oggettivo e dà libero campo alla sua creatività.
 Il ruolo della coscienza dipende dal suo carattere e dal suo contenuto sociale, i quali determinano la posizione, il metodo e lo stile di lavoro e di vita dell’uomo, ossia tutto il suo comportamento. Una coscienza sovrana e rivoluzionaria dà impulso alla lotta per l’emancipazione dell’essere umano e allo sforzo per la trasformazione della natura e della società. Una coscienza reazionaria tende a ledere la libertà delle masse e frena lo sviluppo della società.
 Il fattore decisivo della vittoria e del successo nella lotta rivoluzionaria è la forza organizzata delle masse provviste di coscienza ideologica rivoluzionaria. La vittoria della rivoluzione in paesi svantaggiati lo dimostra. Il ruolo della coscienza si accresce ancor di più nella società socialista in cui le masse popolari sono padrone di ogni cosa.
 Dato che la coscienza determina tutta la condotta dell’uomo, bisogna accordare la priorità al rifacimento delle mentalità se si vuol promuovere la rivoluzione e lo sviluppo del paese. La rivoluzione ideologica offre la via più pertinente per trasformare le mentalità. È un’esigenza legittima dell’edificazione del socialismo e del comunismo ed un compito importante che incombe al partito e allo Stato della classe operaia dopo l’instaurazione del regime socialista. Se, grazie a questa rivoluzione, tutti i membri della società si liberano dagli ostacoli delle idee retrograde e acquisiscono un profilo da rivoluzionari comunisti, il motore della rivoluzione guadagnerà altrettanto in potenza e l’opera socialista e comunista progredirà rapidamente.
 La coscienza giocando un ruolo determinante nelle attività dell’uomo, il conflitto ideologico è in primo piano nella lotta tra il progresso e la reazione, tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Gli imperialisti si abbandonano alle peggiori macchinazioni per diffondere nei paesi socialisti le idee borghesi corrotte, al fine di distruggere le basi ideologiche del socialismo e di sfasciarlo dall’interno. La più potente arma che si ha per stroncare le loro macchinazioni antisocialiste è la coscienza rivoluzionaria delle masse. Però, in parecchi paesi socialisti, il lavoro ideologico è stato allentato e le penetrazioni ideologiche borghesi tollerate, il che ha messo la causa del socialismo in pericolo. L’esperienza storica dimostra che più gli imperialisti s’ingegnano a diffondere le idee borghesi reazionarie nei paesi socialisti, più intensa dev’essere la lotta contro questi tentativi e più profondamente le persone devono permearsi delle idee rivoluzionarie. Da noi la rivoluzione ideologica è stata promossa dinamicamente sotto la direzione del partito e lo spirito rivoluzionario del Juché regna in tutta la società. Le manovre degli imperialisti e degli altri reazionari vi han cavato solo fallimenti e il nostro socialismo dà piena misura della sua vitalità.
 Il nostro socialismo risponde perfettamente ai bisogni collettivisti dell’uomo.
 L’uomo è un essere sociale: vive e agisce intrecciando rapporti sociali coi suoi simili. È in grado di modellare il suo destino solo in seno alla comunità sociale. Perciò il collettivismo è, per lui, un bisogno vitale; il suo Chajusong, la sua creatività e la sua coscienza possono dare il loro apporto solo quando il collettivismo è in auge.
 Marx definì l’uomo come un insieme di rapporti sociali, poiché si tratta di un essere che vive nei rapporti sociali. Ma non vide che il collettivismo è un bisogno intrinseco d’ogni uomo che fa parte della comunità sociale. Sono le idee del Juché che hanno insistito per la prima volta sul fatto che l’uomo può condurre una vita degna di essere vissuta e svolgere il suo ruolo di creatore solo in seno alla comunità sociale; esse hanno così proclamato il bisogno collettivista dell’uomo.
 L’uomo può vivere una vita di valore solo quando si dedica al bene della comunità sociale, beneficiando dell’affetto e della fiducia di questa ed assolvendo le proprie responsabilità e il proprio ruolo nel suo seno. Recar danno agli interessi della comunità sociale e ricercare solo beni materiali per vivere nel lusso, mostrandosi indifferenti alla sorte di questa, significa comportarsi da animale.
 Così il collettivismo è un bisogno importante dell’uomo che vuole, in quanto membro della comunità sociale, rendere utile la sua vita, ma anche una condizione fondamentale per il rafforzamento della potenza di quella. La forza delle masse, motore del movimento sociale, dipende dallo spirito collettivista di cui danno prova. Disperse, esse non possono manifestare la loro potenza in quanto motore della rivoluzione. Un individuo può divenir membro della collettività, ma non può costituire, da solo, la forza motrice del movimento sociale. È collettivamente, e non individualmente, che l’uomo può trasformare la natura e la società e realizzare la sua emancipazione perfetta. Il motore del movimento sociale sono le masse unite dallo spirito collettivista.
 Il popolo ha già dato prova di volontà di resistenza collettiva nella sua lotta contro gli aggressori stranieri e le classi sfruttatrici; le persone hanno preso la bell’abitudine di sostenersi l’un l’altra nelle difficoltà. Ma, nella società sfruttatrice basata sulla proprietà privata, il collettivismo non poté svilupparsi in una corrente sociale. Tanto più che la classe dirigente reazionaria, per paura che il popolo si unisse, fece di tutto per soffocare lo spirito collettivista ed esaltare l’individualismo.
 Il collettivismo, che rappresenta così un bisogno fondamentale dell’uomo, essere sociale, divenne l’ideologia della classe operaia solo quando questa si affermò sulla scena della storia, poi si trasformò in ideologia dominante nella società socialista. Il collettivismo, pietra angolare del socialismo, è uno dei vantaggi essenziali di questo sul capitalismo. Per sua natura, il socialismo tende a rafforzare il collettivismo, permettendo così alle masse di dar campo libero alla loro creatività e di rendersi sempre più libere. L’esperienza mostra che il socialismo va a rotoli dal momento in cui l’individualismo prende il sopravvento sul collettivismo.
 Questo, base spirituale della società socialista, non è però un nulla osta a trascurare gli interessi dell’individuo. Questi sono da rispettare allo stesso titolo degli interessi della comunità. I primi si confondono coi secondi. Gli interessi della collettività comprendono quelli dell’individuo. Il collettivismo si contrappone non agli interessi dell’individuo, ma alla loro promozione a spese di quelli della collettività, che tende a porre in primo piano. Poiché l’uomo è reputato l’essere più prezioso alla luce delle idee del Juché, gli interessi dell’individuo sono rispettati da noi altrettanto bene che quelli della collettività, e ciascuno beneficia dei molteplici vantaggi sociali.
 Il collettivismo trova la sua miglior espressione nell’entità socio-politica che costituiscono il leader, il partito e le masse. Si esprime con l’unità di volontà e di morale del partito e delle masse raggruppate attorno al leader che rappresenta la volontà della comunità sociale. Da noi tutti, convinti delle idee del Juché e uniti attorno al partito e al leader, danno il meglio di se stessi per questi, per la patria e il popolo, e conducono una vita altamente sovrana e creatrice aiutandosi a vicenda. È precisamente qui che risiede il valore incommensurabile del nostro socialismo.
 I fatti dimostrano che il socialismo può dar piena misura del suo valore, soddisfacendo i bisogni essenziali dell’uomo, solo quando s’ispira alle idee del Juché.
 La teoria del compagno Kim Il Sung sul comunismo è una teoria rivoluzionaria compiuta.
 Il marxismo-leninismo ha dei limiti non soltanto in quel che concerne la concezione del mondo, ma altresì il socialismo e il comunismo. Non è certo facile descrivere esattamente la società comunista, ideale dell’umanità. Nello stadio della società capitalistica, in cui l’edificazione del socialismo e del comunismo non era all’ordine del giorno, non si poté non limitarsi a supposizioni ed ipotesi. Marx analizzò le contraddizioni che dilacerano la società capitalistica e dimostrò l’ineluttabilità della sua rovina e dell’avvento del socialismo. Di qui la sua teoria concernente il rovesciamento del capitalismo. Lenin analizzò la crisi e le contraddizioni dell’imperialismo, stadio monopolistico del capitalismo, ed accertò la possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese; ed avanzò una teoria sull’instaurazione del regime socialista. Tuttavia, a causa dei limiti dell’epoca, né l’uno né l’altro poterono fornire una teoria perfetta sul socialismo e sul comunismo. D’altronde, essi non ne provarono la necessità né ne fecero l’esperienza pratica. Lenin organizzò e condusse alla vittoria, per la prima volta nel mondo, la rivoluzione proletaria e generalizzò la sua esperienza per sviluppare il marxismo, ma nemmeno lui poté elaborare una teoria compiuta del socialismo e del comunismo, poiché non gli fu dato di farne l’esperienza.
 Oggi il contesto storico differisce sostanzialmente da quello dell’epoca dei fondatori del marxismo-leninismo; in numerosi paesi la rivoluzione socialista è stata compiuta e l’edificazione del socialismo prosegue accumulando svariate esperienze: vi sono successi e fallimenti, errori e realizzazioni. È un fondo inestimabile che permette di perfezionare la teoria del comunismo, se lo si analizza e generalizza correttamente.
 Il socialismo e il comunismo differiscono l’uno dall’altro solo per i livelli di sviluppo e di perfezionamento che incarnano. È in fondo uno stesso tipo di società, dotata delle medesime basi politico-economiche e ideologiche. Il socialismo è lo stadio inferiore del comunismo e riveste un carattere essenzialmente comunista; il suo perfezionamento è il comunismo. Fin d’ora sono date le condizioni, si può dire, per perfezionare la teoria del comunismo per via di generalizzazione delle esperienze dell’edificazione del socialismo.
 Bisognava perfezionare la teoria del comunismo, e questo compito storico fu brillantemente assolto grazie al pensiero del compagno Kim Il Sung che mise a punto la teoria e il metodo di direzione Juché.
 La sua teoria sul comunismo è incentrata sulle masse popolari; la sua strategia e la sua tattica della rivoluzione sul ruolo di queste. È una teoria compiuta sulla liberazione nazionale, l’emancipazione sociale, l’affrancamento umano nonché sulla trasformazione della società, della natura e dell’essere umano.
 Teoria integrale sulla rivoluzione antimperialista per la liberazione nazionale, sulla rivoluzione democratica antifeudale, sulla rivoluzione socialista e sull’edificazione del socialismo e del comunismo. Gli opportunisti intorbidirono molto il pensiero marxista-leninista concernente l’edificazione del socialismo e del comunismo. Di qui le deviazioni di destra e di sinistra, gli scacchi e i rovesci nell’edificazione del socialismo in parecchi paesi. Si ponevano problemi pressanti tanto sul piano teorico quanto sul piano pratico, e il compagno Kim Il Sung ne progettò un brillante chiarimento. Egli chiarì tutte le questioni relative a questa edificazione, dalla fisionomia della società comunista, la via da imboccare, l’obiettivo e la linea strategica da adottare fino ai mezzi concreti da impiegare nei vari campi della rivoluzione e dello sviluppo del paese.
 La teoria jucheana sul metodo di direzione concerne l’insieme dei problemi posti dalla direzione della rivoluzione e dello sviluppo del paese; essa precisa i princìpi, il metodo e lo stile da impiegare in materia. Va notato soprattutto che il metodo di direzione fu sistematizzato per la prima volta. La teoria della direzione e il metodo di lavoro rivoluzionario creati dal compagno Kim Il Sung, facendo decollare la rivoluzione coreana e conducendola alla vittoria, costituiscono un’arma fra le più efficaci per la vittoria della causa del socialismo e del comunismo. Essi permisero al nostro partito di realizzare un’unità monolitica tra il leader, le masse e sé medesimo e di dare un energico impulso all’opera socialista e comunista.
 Il pensiero, la teoria e il metodo Juché segnano l’approccio più corretto che ci sia alla costruzione del socialismo e del comunismo ai giorni nostri.
 È l’opera eclatante della grande perspicacia del compagno Kim Il Sung e il bilancio della sua esperienza di ricchezza e profondità senza pari. La realtà in rapido progresso esige sempre un’ideologia e una teoria nuova, ed è il leader della classe operaia, dotato d’una perspicacia ineguagliata, che vi risponde. Egli discerne le necessità scottanti dell’epoca e le aspirazioni del popolo e generalizza le esperienze del movimento rivoluzionario per creare un pensiero e una teoria nuova. Poi li arricchisce e li perfeziona applicandoli alla realtà. Il compagno Kim Il Sung colse ben presto l’insieme delle esigenze dell’epoca dell’indipendenza e delle aspirazioni sovrane delle masse e formulò le immortali idee del Juché. Poi, applicandole, acquisì una ricca esperienza e conseguì realizzazioni inestimabili nei vari campi della rivoluzione e dello sviluppo del paese. Durante più di sessant’anni, da quando prese la testa della rivoluzione, egli maturò e perfezionò il pensiero, la teoria e il metodo Juché dirigendo svariate forme di rivoluzione sociale e i molteplici affari dello sviluppo del paese.
 La realtà mostra che la causa del socialismo può trionfare solo quando s’ispira a questo pensiero, a questa teoria e a questo metodo, pertinenti e realistici. È oggi una tendenza mondiale irresistibile quella di orientarsi su di essi.
 Il marxismo-leninismo segna una tappa trascorsa dello sviluppo del pensiero rivoluzionario della classe operaia. Non si può condurre in porto la rivoluzione e lo sforzo di sviluppo del paese se ci si affida a questa dottrina senza tener conto dei suoi limiti. Una teoria stabilita un secolo fa su supposizioni ed ipotesi, va da sé, non può guidare efficacemente ai giorni nostri l’edificazione del socialismo.
 Ebbene, questo non significa negare i suoi meriti né soprattutto il suo spirito di fedeltà alla classe operaia. I suoi limiti attengono alle condizioni dell’epoca e ai compiti che s’imponevano allora. Essi devono certo essere colmati, ma lo spirito della classe operaia che regge questa dottrina dev’essere perpetuato, è un’esigenza imperiosa della causa della classe operaia per l’emancipazione delle masse. Il marxismo-leninismo ha i suoi limiti, è vero, non ha potuto definire, per esempio, i mezzi per edificare il socialismo. Tuttavia, se i partiti intenti alla costruzione di questa società si fossero fermamente attenuti ai suoi princìpi, non avrebbero degenerato.
 Oggi gli imperialisti e gli altri reazionari fanno baccano attorno alla «crisi del socialismo» tentando d’interpretarla come il «fallimento» del marxismo-leninismo; ne attaccano i fondatori al fine di giustificare il loro sofisma, sostenendo che l’ideale socialista sia solo una fandonia e la rivoluzione socialista un errore.
 I revisionisti moderni, invece, parlano di «errori» commessi nel corso dell’edificazione del socialismo e li attribuiscono al marxismo-leninismo di cui attaccano i fondatori. Fin dalla sua origine, il revisionismo rivelò la sua natura reazionaria ingegnandosi ad abbassare il prestigio e la dignità del leader della classe operaia. Attaccando il marxismo-leninismo e i suoi fondatori, i revisionisti del nostro tempo vogliono minare la fede del popolo nella causa del socialismo inaugurata dai leader della classe operaia e giustificare le loro manovre controrivoluzionarie volte ad abbandonare il socialismo e a restaurare il capitalismo.
 Quanto agli errori commessi in certi paesi nel corso dell’edificazione del socialismo, essi non sono imputabili al marxismo-leninismo e ai suoi fondatori, ma piuttosto ai partiti di questi paesi che erano caduti nel dogmatismo e nel revisionismo.
 Sostenendo di edificare il socialismo secondo il marxismo-leninismo, essi vi procedettero in maniera dogmatica, incapaci di elaborare una teoria conforme alle condizioni storiche. Applicare la teoria della classe operaia in modo dogmatico equivale semplicemente a comprometterla. L’approccio dogmatico non fa che accentuarne i limiti ed impedire al socialismo di manifestare i suoi vantaggi. Il revisionismo recò grave pregiudizio all’opera socialista allontanandosi dai princìpi della classe operaia. In numerosi paesi la politica revisionista frenò il sano sviluppo del partito riducendone a zero il ruolo dirigente e produsse l’indisciplina e il disordine nella società, permettendo così ai nemici di classe di agire liberamente; essa aprì le porte al vento della liberalizzazione borghese, vento che non tardò a incancrenire la società.
 Il dogmatismo e il revisionismo alterarono il socialismo in parecchi paesi, privandolo della sua vitalità, e sollevarono una moltitudine di difficoltà al suo sviluppo. Gli imperialisti e gli altri reazionari ne approfittarono per ordire le peggiori trame contro di esso, e, su loro istigazione e col loro sostegno, i revisionisti si lanciarono apertamente, sotto la veste della «socialdemocrazia», in una politica di ripristino del capitalismo.
 Corrente opportunistica di destra, la socialdemocrazia è vecchia e, come tutti gli opportunismi, serve gli imperialisti e gli altri reazionari, minando dall’interno il movimento comunista e operaio.
 Questi attaccano frontalmente il marxismo e reprimono crudelmente il movimento operaio rivoluzionario, da una parte, e, dall’altra, cercano di corrompere i dirigenti di questo movimento e gli elementi degenerati e i rinnegati della rivoluzione; vogliono prenderli al loro servizio al fine di mutilare questa dottrina della sua sostanza rivoluzionaria. Così comparve il revisionismo che cerca di rimaneggiare il marxismo e di svuotarlo della sua sostanza, come desiderano gli imperialisti e i capitalisti. Il revisionismo si concia in svariate forme, ma tende sempre a negare l’antagonismo e la lotta tra la classe operaia e la classe capitalista, per predicare la collaborazione tra di esse; rifiuta la rivoluzione socialista e la dittatura del proletariato a beneficio delle sole competizioni elettorali e procedure parlamentari. Esso s’ingegna a togliere il carattere di classe al partito della classe operaia, a trasformarlo in un partito riformista, in un club sprovvisto di forza agente; vuole imbellettare l’imperialismo ed impedire ogni lotta contro di esso. In quanto tale, esso fu fatto a pezzi dalla lotta dei comunisti, ma non ha cessato di ricomparire sotto questa o quella forma. Una è la socialdemocrazia: essa ha come slogan una «terza via» che implicherebbe lo «statalismo» e il «benessere» e combinerebbe l’«efficienza economica capitalistica» e la «politica socialista», per realizzare una «crescita elevata» e il «miglioramento delle condizioni materiali». Questa non è che la risurrezione, sotto una maschera nuova, della socialdemocrazia opportunista di una volta; quella fu formata dai rinnegati della rivoluzione contrapposti alla socialdemocrazia rivoluzionaria in seno al movimento rivoluzionario della classe operaia contro il capitale.
 La storia ha già da lungo tempo messo in luce la sua natura reazionaria e la sua assurdità. Malgrado la vecchiaia di questa corrente, non si è vista da nessuna parte sul pianeta una «società del benessere pubblico» costruita secondo una «terza via». Se tuttavia taluni ne parlano in termini elogiativi, è perché vogliono tesser le lodi delle società capitalistiche caratterizzate dall’«arricchimento dei ricchi» e dall’«impoverimento dei poveri» e rette dalla democrazia borghese. Ai giorni nostri vi sono solo due vie possibili: il capitalismo e il socialismo. Non può assolutamente esservi una «terza via». Se esistesse, non sarebbe nient’altro che la via capitalistica.
 La natura reazionaria della socialdemocrazia è stata svelata in tutta la sua nudità, ma i revisionisti moderni cercano nondimeno di travestirla per rimetterla in scena. Volendo realizzare la loro strategia antisocialista, gli imperialisti hanno spinto la loro faccia tosta fino a esigere apertamente dai paesi socialisti che essi intraprendano la liberalizzazione borghese e adottino il pluripartitismo, la proprietà privata e l’economia capitalistica di mercato. E la socialdemocrazia è emersa ai giorni nostri come corrente opportunistica di destra al servizio di questa strategia imperialista. Ecco che cos’è la socialdemocrazia. La socialdemocrazia incarnava un tempo l’ideale socialista della classe operaia nella sua lotta contro l’oppressione del capitale, ma, usurpata dagli opportunisti, essa serve oggi gli imperialisti nelle loro trame antisocialiste ed è divenuta sinonimo del peggior tradimento della rivoluzione e del socialismo.
 Essa ha rivelato la sua natura reazionaria coi suoi tentativi di degradare il socialismo e tramutarlo in capitalismo. La socialdemocrazia opportunista di un tempo e quella dei giorni nostri non differiscono in nulla: esse condividono un medesimo obiettivo: avviarsi verso il capitalismo. Se c’è comunque una differenza, è che la prima serviva da freno al passaggio rivoluzionario al socialismo, laddove la seconda serve da guida all’«evoluzione pacifica del socialismo verso il capitalismo». In altri termini, la prima era una corrente riformista borghese, laddove la seconda è una corrente che auspica il ritorno al capitalismo.
 Questa rifiuta la direzione del partito della classe operaia e il controllo unificato dello Stato socialista; essa auspica un «socialismo umanitario e democratico» al posto del «socialismo amministrativo-burocratico». Certo, il socialismo può presentare degli aspetti specifici a seconda dei casi, in funzione della sua ideologia direttrice e dei suoi metodi di edificazione e di gestione. Ma non può esservi alcun regime socialista distaccato dai princìpi fondamentali del socialismo, cioè la direzione politica del partito della classe operaia e la direzione unificata dello Stato socialista. Una cosa è sviluppare il socialismo in modo specifico, un’altra è cambiarlo in capitalismo. Sviluppare specificamente il socialismo significa edificarlo e gestirlo alla luce delle realtà del paese e delle particolarità nazionali, serbando lo spirito della classe operaia. Che il socialismo manifesti i suoi vantaggi in modo diverso a seconda dei casi non impedisce che esso sia di gran lunga superiore al capitalismo. Se ci si allontana dai princìpi fondamentali del socialismo, che sia sotto la veste di un «socialismo democratico» o di un «socialismo umanitario e democratico», si finirà per cadere nell’abisso capitalista. Se davvero si tiene a costruire un «socialismo umanitario e democratico» al posto del «socialismo amministrativo-burocratico», bisognerebbe applicare a fondo i princìpi socialisti anziché fare appello ai metodi capitalisti. Quanto alla burocrazia, essa è il metodo di governo che aveva corso nella vecchia società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; non ha niente a che vedere con la società socialista. La sua presenza in questa è solo una sopravvivenza della vecchia società. L’adozione dei metodi capitalisti, lungi dal porvi fine, non fa che provocarne la resurrezione. Non c’è niente di nuovo in quel che fanno attualmente certe persone ostentando la «democrazia» col pretesto di opporsi al metodo «amministrativo-burocratico». Esse rimasticano semplicemente il sofisma reazionario che i revisionisti della II Internazionale avevano fabbricato; questi tacciavano il centralismo democratico di «dominio burocratico» allo scopo di distruggere il partito, reparto fortemente organizzato, ed auspicavano una «democrazia» pura al di sopra d’ogni delimitazione di classe allo scopo di ripudiare la dittatura del proletariato.
 La socialdemocrazia contemporanea parte da una posizione borghese nell’esplicare i fenomeni sociali. Essa auspica una libertà assoluta nella vita sociale ed una concorrenza illimitata attraverso il mercato; ciò equivale a voler ammettere la spontaneità, la lotta per l’esistenza e le altre leggi del mondo biologico. È un punto di vista, una presa di posizione reazionaria, di chi desidera sottomettere la società socialista alla legge della giungla, propria della società borghese.
 La socialdemocrazia del nostro tempo ha rivelato senza riserve la sua natura reazionaria col suo atteggiamento nei confronti dell’essere umano.
 Essa considera l’uomo come uno strumento per la produzione materiale. Questa è destinata a servire l’uomo, non può esserne la ragion d’essere. Se una macchina, quantunque perfezionata essa sia, non gli serve, è solo una ferraglia da buttare. Ebbene, taluni non esitano ad usurpare i diritti fondamentali dell’uomo a vantaggio della produzione di beni materiali. Citiamone un esempio: la disoccupazione. Se ne servono come mezzo di pressione per accrescere l’intensità del lavoro. Il diritto al lavoro è uno dei diritti essenziali dell’uomo. Un «socialismo» che ne privi i lavoratori non può essere né umanitario né democratico. La violazione di questo diritto è una faccenda inerente alla società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Agli occhi dei capitalisti, l’uomo è solo una merce o un’appendice della macchina. I lavoratori valgono qualcosa solo a misura del profitto da loro apportato. Il valore dell’uomo è determinato dal denaro e dai beni materiali. È il punto di vista condiviso dalla borghesia e dalla socialdemocrazia del nostro tempo.
 Questa considera l’uomo non come un essere dotato di coscienza sovrana, ma come qualcuno che cerca solo di soddisfare i suoi bisogni materiali immediati. Quanti credono solo alla virtù dello stimolo materiale riducono così i rapporti umani al rapporto merce-moneta. Tutto ciò equivale a voler semplicemente svilire l’uomo.
 La socialdemocrazia contemporanea considera l’uomo non come un essere potente dotato di capacità creatrici, ma come un essere sottomesso all’imperio dei fatti materiali ed economici. Perciò vuol trovare il fattore essenziale dello sviluppo della società non nella formazione dell’uomo e nell’estensione del suo ruolo creatore, ma nelle condizioni oggettive, e tenta di modificare il sistema economico già instaurato.
 La sua visione della storia sociale è perciò intrisa di tossine borghesi; essa è buona solo ad istituire la democrazia borghese, e non la democrazia socialista.
 La socialdemocrazia contemporanea è nata dalle illusioni sul capitalismo. Taluni si fanno così tante illusioni sulla «prosperità materiale» dei paesi capitalistici sviluppati che ne restano abbagliati al punto di abbandonare i princìpi rivoluzionari. Ma un’analisi elementare delle condizioni e dei tratti storici dei paesi capitalistici sviluppati nonché di quelli dei paesi socialisti fa immediatamente cadere tutte queste illusioni. I primi hanno da lungo tempo preso la via dello sviluppo capitalistico, laddove i secondi erano fino a poco tempo fa ancora dei paesi sottosviluppati, coloniali o semicoloniali. I primi hanno crudelmente spremuto i lavoratori e derubato con mezzi neocolonialisti i paesi del Terzo Mondo per accedere alla «prosperità materiale» attuale. I paesi socialisti non potevano evidentemente farlo. Benché provvisti di vantaggi incomparabili per il loro sviluppo economico, questi accusano ancora un ritardo sui paesi capitalistici sviluppati nella vita materiale. E se si considera tale quale il livello attuale degli uni e degli altri, senza tener conto delle caratteristiche del loro sviluppo, non si potrà notare la differenza fondamentale che esiste tra il socialismo e il capitalismo. Taluni, in preda a delle illusioni su quest’ultimo, ne vedono solo lo splendore esterno perdendo di vista la sua natura sfruttatrice e corrotta; essi ammirano lo sfarzo degli articoli di lusso destinati a soddisfare i gusti eccentrici dei ricchi, senza voler badare ai disoccupati, ai mendicanti, ai bambini indifesi e abbandonati per strada.
 La socialdemocrazia della nostra epoca proviene anche dall’atteggiamento capitolazionista davanti all’imperialismo. Gli imperialisti minacciano i paesi socialisti brandendo l’arma nucleare con una mano e, con l’altra mano, agitano la loro borsa ricolma di denaro, per sedurli. Cedendo a queste pressioni e tentazioni, taluni finirono per abbandonare i princìpi socialisti e adottare il metodo capitalista. La «nuova mentalità» che auspicano è solo un sofisma volto ad imbellettare l’imperialismo e a disarmare il socialismo sul piano ideologico, come desiderano gli imperialisti, al fine di restaurare il capitalismo.
 Ma la socialdemocrazia dei giorni nostri, che ha aperto la via dell’«evoluzione pacifica del socialismo verso il capitalismo», non sfuggirà alla rovina come fecero tutti gli opportunisti d’un tempo.
 Se in questo momento sorge in vari paesi, essa è nondimeno condannata a perire. Un tempo il revisionismo comparso in seno alla II Internazionale era cresciuto in ampiezza fino a diventare una corrente internazionale, infettando pressoché tutti i partiti membri di quest’organismo, ed aveva messo a dura prova il movimento comunista internazionale, ma finì per cadere.
 Nei paesi in cui la socialdemocrazia detta legge si vedono tutti i settori della vita sociale sprofondare in un disordine estremo. La «democrazia» e il «pluripartitismo» hanno apportato non la democratizzazione della società, ma la sua alterazione in senso reazionario. Il partito della classe operaia è stato distrutto dai truffatori politici insinuati nel suo seno, e un’accozzaglia di partiti e di organizzazioni ostili al socialismo ha fatto la sua comparsa sotto la veste del «pluralismo politico»; essi inducono l’opinione pubblica in errore e controllano il parlamento e il governo. La socialdemocrazia aggrava il conflitto e la discordia tra le nazioni, tra le regioni e smembra la società. L’economia capitalistica di mercato da essa introdotta ha comportato la caduta della produzione, l’impennata dei prezzi, la disoccupazione di massa, la disparità di ricchezze ed altre difficoltà nella vita del popolo. La liberalizzazione borghese, intrapresa sotto la veste della «trasparenza» e dell’«apertura», infesta la società con ogni sorta di mali e fa regnare il corrotto modo di vita borghese e l’immoralità. Tale è il risultato della sua politica di «ristrutturazione» e di «riforma».
 La realtà è un giudice imparziale. La crisi provocata dalla socialdemocrazia dimostra che ogni tentativo di tramutare il socialismo in capitalismo è votato al fallimento. D’ora in avanti il vero volto di questa corrente controrivoluzionaria è messo in luce, quello che alletta il popolo con belle parole, nega le realizzazioni del socialismo, opera del suo sangue e del suo sudore, e fa l’impossibile per infangarne la storia. Sempre più cosciente della natura nociva della socialdemocrazia, anche quelli che se n’erano lasciati ingannare, alzano la voce per stigmatizzarla. I rivoluzionari di tutti i paesi e i popoli progressivi, fra cui quelli dei paesi socialisti, la condannano energicamente.
 Se la socialdemocrazia ha recato, su istigazione degli imperialisti, un grave pregiudizio alla causa dell’emancipazione dei popoli e al socialismo, questo verrà a capo delle prove e proseguirà la sua marcia. Niente può sbarrare la strada ai popoli che aspirano all’emancipazione e si avviano verso il socialismo. Il socialismo non è un sogno, esso incarna il desiderio e l’aspirazione dell’umanità. Che la società si orienti verso il socialismo è la legge dell’evoluzione della storia. Per lunghi secoli i popoli desiderarono e desiderano vivere in una società libera, senza sfruttamento né oppressione, ove chiunque viva bene, e quest’aspirazione non fa che ravvivarsi col tempo. Là dove ci sono sfruttamento e oppressione c’è resistenza. Il capitalismo può conoscere un certo sviluppo economico, ma non può affatto realizzare quest’aspirazione delle masse.
 L’accrescimento delle ricchezze materiali non può indebolire la lotta dei popoli contro lo sfruttamento e l’oppressione. Per tutta la sua storia l’umanità non ha cessato di accrescere i suoi beni materiali, ma la lotta contro il saccheggio e la tirannia, lungi dall’indebolirsi, si è intensificata. È l’orientamento inevitabile dell’evoluzione della società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in cui i ricchi si arricchiscono e i poveri s’impoveriscono. La «prosperità materiale» del capitalismo non fa che aggravare la contrapposizione di questi due poli per trascinare l’imperialismo e il capitalismo in una crisi politica ed economica sempre più grave. Più gli imperialisti e i loro accoliti s’ingegnano a realizzare l’«evoluzione pacifica del socialismo verso il capitalismo», più energicamente i popoli lotteranno contro di loro. I popoli non sono più quelli che erano una volta, all’epoca in cui il socialismo era solo un desiderio, un progetto teorico. Hanno compreso, per propria esperienza, quel che vale il socialismo senza sfruttamento né oppressione. I rivoluzionari e i popoli, sempre più informati e più vigilanti, non rimarranno testimoni passivi delle trame degli imperialisti e dei loro complici; alzeranno la voce per denunciarli e condannarli ed ingaggeranno un’energica battaglia contro di loro. Essi sperano che i paesi che restano legati ai princìpi rivoluzionari in questa battaglia proseguano la loro marcia sulla via del socialismo. In particolare, essi ripongono una speranza ed una fiducia immensa in noi, giacché edifichiamo un socialismo incentrato sulle masse, seguendo le idee del Juché, e continuiamo con sicurezza la nostra opera rivoluzionaria; essi desiderano che noi mettiamo sempre pienamente in opera i vantaggi del socialismo.
 Dobbiamo essere nitidamente coscienti che avere successo nell’edificazione del nostro socialismo è una missione storica sublime che c’incombe non soltanto per realizzare la prosperità della nostra patria e la felicità del nostro popolo, ma anche per assicurare la vittoria finale della causa dell’emancipazione dell’umanità, della causa del socialismo, e dobbiamo armarci più solidamente ancora delle idee del Juché, basi ideologiche del nostro socialismo, ed applicarle a fondo, per dare energicamente impulso alla rivoluzione e allo sviluppo del paese.